18 ottobre 2011

Tunisia, prima della rivoluzione

Un articolo di Alice Giordana – Il 23 ottobre in Tunisia si svolgeranno le elezioni per l’Assemblea Costituente, che apriranno un nuovo corso democratico per il Paese. A monitorare l’evento saranno presenti alcune delegazioni di osservatori internazionali, a garanzia della correttezza del processo elettorale. Tra queste realtà ci saranno anche Libera, Acmos, il Comitato Salvagente e Benvenuti in Italia, rappresentate da Davide Mattiello, Christian Nasi e Davide Ziveri, che saranno in Tunisia dal 20 al 25 ottobre.

Le radici della rivolta
Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, un giovane venditore di frutta e verdura, si è dato fuoco per disperazione dopo che alcuni poliziotti gli avevano confiscato la merce e il carretto di vendita e le autorità locali gli avevano impedito di lavorare. Questa la causa scatenante di una rivolta che affonda le sue radici nei gravi problemi che da decenni affliggono lo Stato tunisino: in primis la corruzione, la disoccupazione e le profonde disuguaglianze sociali.

I motivi principali che hanno alimentato il malcontento della popolazione, in particolare dei giovani, erano la frustrazione per l’altissimo tasso di disoccupazione, la corruzione della polizia, l’indifferenza delle autorità e la crescente preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, tra i quali il pane, la farina, lo zucchero e il latte. Si tratta della rivolta di una generazione istruita e sempre più vicina, grazie alla diffusione del web, all’Occidente. Una generazione le cui potenzialità e ambizioni sono state negate da un governo corrotto che non ha tenuto fede alle sue promesse.
Ben Ali, al potere dal 1987, infatti, ha dato vita a un regime decisamente autoritario caratterizzato dalla corruzione, dal clientelismo, dalla mancanza di libertà di espressione e dalla repressione poliziesca. La Tunisia è diventata nel tempo un grande laboratorio delle multinazionali occidentali, le quali incameravano e portavano all’estero i profitti realizzati, impedendo, di fatto, lo sviluppo economico della Tunisia stessa.
Ben Ali ha sviluppato un programma di privatizzazioni che hanno permesso a lui e alla famiglia di sua moglie, i Trabelsi, di arricchirsi personalmente e la corruzione ha raggiunto un livello sempre più elevato.
Mentre l’entourage del presidente ha accumulato una colossale fortuna, però, le condizioni sociali del popolo tunisino sono peggiorate e la gran parte della popolazione viveva in povertà e precarietà.

Tutti sapevano che il regime era corrotto e per mantenere in piedi il sistema, Ben Ali era costretto ad impedire qualsiasi contestazione. Col crescere del malcontento, la repressione della polizia è divenuta ancora più brutale: non erano più autorizzati la semplice critica e ogni desiderio di modernità e di apertura. Autentici partiti di opposizione erano fuori legge, anche se alcuni hanno continuato ad esistere in clandestinità. Ad esempio, il Partito Comunista di Tunisia e il il PTPD (Partito del Lavoro Patriottico Democratico, un partito di sinistra radicale)non potevano operare alla luce del sole ed organizzarsi come qualsiasi partito politico in democrazia, ma hanno continuato a funzionare in segreto attraverso associazioni della società civile.

Il ruolo dell’Italia
Non è da sottovalutare il ruolo giocato dall’Italia in quello che fu definito “golpe costituzionale” che ha portato all’instaurazione del governo di Ben Ali. L’Italia, infatti, prelevava il gas dall’Algeria tramite un gasdotto che attraversava il territorio tunisino. Nel 1987 stava scoppiando una guerra tra i due paesi che avrebbe causato non pochi problemi ai rifornimenti italiani. I maggiori esponenti politici italiani dell’epoca, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Fulvio Martini, il capo del Sismi e Franco Reveglio, presidente dell’ENI, ebbero una parte importante in questa storia. Nel 1999 Martini rilasciò un’intervista a La Repubblica in cui affermò che una precisa manovra di politica estera aveva portato all’individuazione della figura di Ben Ali e al finanziamento politico ed economico del nuovo governo. Da allora si è aperta tra i due Paesi una lunga serie di collaborazioni, con sostegno economico e investimenti da parte dell’Italia in territorio tunisino.