19 agosto 2012

Mattiello Vs Scalfari.

La risposta di Scalfari a Zagrebelsky è degna della buon’anima di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega che teorizzò la istituzionalizzazione della mafia per dare finalmente un governo al Sud. 1) Scalfari usa il termine “guerra” per prendere due piccioni con una fava: constatare una volta per tutte che la trattativa Stato-Mafia ci fu e ammettere che fu legittima, una buona cosa. La mafia quindi rappresentata come un soggetto politico legittimo, che sarebbe entrato in guerra contro lo Stato e lo Stato che, necessitato dalla forza incomprimibile del nemico, scende a patti. 2) deve avere la coda di paglia Scalfari perchè mette le mani avanti e si domanda retoricamente se non sia forse un altro il reato che si andrebbe cercando (si, perchè la trattativa in se stessa dobbiamo capire una volta per tutte che è una cosa buona. Grazie Eugenio!), se magari il reato non stia proprio nella non necessarietà della trattativa. Ma è pronto Scalfari a far pensare che no, non può essere così: la mafia allora se la giocava testa a testa con lo Stato, il quale, poveretto, con gli strumenti legali non ce l’avrebbe mai fatta. Come fa Scalfari a non rammentare il significato della sentenza di Cassazione del 30 Gennaio del 1992? Come fa a non rammentare (nemmeno lui!) gli esiti del lavoro della Procura di Palermo nei sette anni in cui la guidò Caselli? Come fa a non rammentare che nel ’99 Caselli lasciò la Procura di Palermo in un clima non tanto dissimile da quello nel quale la lascia oggi Ingroia? 3) Non pago, Scalfari, non soltanto non ricorda i successi della magistratura palermitana, ma lascia intendere che la tanto decantata magistratura in vent’anni di lavoro non ci ha consegnato grandi verità, anzi un unico condannato a 17 anni di galera, sulla parola di un pentito, rivelatosi pure menzognero. Come a dire che sono magistrati venditori di fumo. Come fa Scalfari a non conoscere la storia amara del depistaggio orchestrato ad arte, che ha avuto in Scarantino la punta dell’iceberg? Come fa a non ricordare che magistrati come Boccassini e Sabella cercarono di far saltare quel gioco, senza riuscirvi? Gli consiglio di leggere almeno l’ultimo libro di Enrico Deaglio, Il vile agguato. 4) a coronare l’argomentativa il colpo osceno alla fine: i magistrati seri, sono quelli morti. Offende e fa star male l’utilizzo fatto di Falcone. La solita tesi, usata prima contro Caselli, che avrebbe la colpa di non essere stato ucciso a Palermo: quelli seri, non rilasciavano interviste e pagavano con la vita. Come a dire che personaggi come Ingroia sono soltanto dei professionisti dell’antimafia. Scalfari, lo dissero pure di Falcone e Borsellino (che all’occorrenza di interviste ne rilasciavano eccome!). 5) semmai la morale è un’altra. La verità giudiziaria è soltanto una scheggia di verità: scrivere lettere con le quali si sostiene il lavoro della magistratura perchè “faccia piena luce sui reati commessi… etc etc” NON BASTA PIU: è retorica in mala fede. Scalfari lei lo sa e lo sa pure il Presidente della Repubblica e lo sappiamo anche noi. Proprio assumendo la “trattativa” come una realtà, una realtà politica e per di più legittima (a suo dire), bisognerebbe arrivare alle debite conseguenze e chiedere alla politica, e non alla magistratura, di fare piena luce. E’ la classe dirigente di questo Paese che deve dire la verità storica e politica, Giorgio Napolitano compreso. Ma non lo farà e contribuirà ad affossare ancora di più il senso delle Istituzioni e delle legalità democratica.

 

Davide Mattiello

Presidente Fondazione Benvenuti in Italia