24 aprile 2016

Profughi: la nostra ignavia da Evian a Bruxelles

 

evian

A Cura del Centro Studi di Acmos

Alla recente visita del Papa a Lesbo e all’apertura dei corridoi umanitari promossa da varie associazioni fa da contraltare il fallimento del piano della Commissione europea per la ripartizione dei profughi.

Il 16 marzo la Commissione aveva cercato di rilanciare il ricollocamento dei profughi, concordato a settembre, stabilendo l’obiettivo di 6.000 relocations al mese: ma alla metà di aprile i “ricollocati” sono stati 208! Se poi si ragiona partendo dal settembre 2015, quando ci si era posti l’obiettivo di trasferire 160.000 persone entro il settembre 2017, si vede che a tutt’oggi i trasferimenti effettivi sono stati 1.145 (530 dall’Italia e 615 dalla Grecia): l’obiettivo è lontanissimo.
In Grecia sono pronte per il ricollocamento tra le 35.000 e le 40.000 persone ma sono ancora pochi gli Stati europei disponibili, senza contare quelli che hanno già espresso un netto rifiuto a partecipare. Ancora pochi giorni fa  il vice ministro degli Esteri della Polonia, Konrad Szymanski, ha dichiarato che il suo Paese non si farà carico della quota di 7.000 profughi che gli spetterebbe ed anzi ha aggiunto che considera il piano europeo “morto”: “Non è stato implementato fin dall’inizio e nulla fa pensare al fatto che sarà messo in atto nella maggioranza dei Paesi Ue”.
I rifiuti od anche solo i traccheggiamenti di questi mesi sulla questione dei profughi vanno tornare alla memoria altri tragici eventi.

Nel 1938, con l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, aumentò considerevolmente il numero dei profughi ebrei in Europa.

L’”emergenza profughi” fu un problema soprattutto per Roosevelt, pressato dalle organizzazioni ebraiche americane.  Nel marzo di quell’anno egli si fece promotore di una conferenza internazionale per facilitare il trasferimento dei profughi ebrei tedeschi ed austriaci dai rispettivi Paesi.
Nonostante le resistenze di alcuni Stati o le “curiose” richieste di altri (la Romania chiese addirittura di essere assimilata a Germania ed Austria in quanto “produttrice di profughi”), la conferenza venne convocata il 6 luglio ad Evian in Francia.
Due erano i problemi di difficile soluzione. In primo luogo si trattava di trovare consistenti risorse per finanziare il trasferimento dei profughi. In secondo luogo era fondato il timore che, di fronte ai provvedimenti antiebraici che gli Stati dell’Europa centro-orientale stavano prendendo, un piano di relocation sarebbe stato un incentivo per i governi di Polonia, Romania ed Ungheria per ulteriori misure volte a spingere le loro comunità ebraiche ad andarsene, facendo così crescere enormemente il numero dei profughi da sistemare.
Prima dell’avvio della conferenza si pensava di dover assistere ad un confronto tra l’opzione americana, da un lato, favorevole alla creazione di un sistema in grado di affrontare sia l’emigrazione dalla Germania e dall’Austria sia quelle potenzialmente successive, e l’opzione britannica, dall’altro, più cauta e soprattutto preoccupata che il raggiungimento di un accordo potesse incoraggiare Hitler ad una rapida espulsione degli ebrei.
Sorprendentemente invece, a causa probabilmente di nuovi equilibri politici interni intercorsi nei tre mesi dalla convocazione della conferenza, gli Usa si dichiararono disposti ad accogliere annualmente 27.000 profughi (una cifra esigua!) mantenendo in sostanza le quote preesistenti. Naturalmente l’atteggiamento del Paese promotore della conferenza offrì a tutti gli altri il destro per chiudersi a riccio: alcuni Paesi sostennero di avere già accolto un grande numero di profughi, altri si giustificarono richiamando la difficile situazione economica di quegli anni e l’alto tasso di disoccupazione dei proprii cittadini. Il delegato australiano dichiarò che il suo Paese non aveva avuto fino ad allora dei problemi razziali e voleva evitare di averne! In conclusione nessuno modificò sostanzialmente le quote previste dalla propria originaria legislazione sull’immigrazione.
Unica eccezione fu la Repubblica Domenicana che si dichiarò disposta ad accogliere ben 100.000 ebrei! Problemi politici e burocratici ostacolarono la realizzazione di questo progetto ed i risultati furono molto modesti (su questa poco nota vicenda si può vedere).
La conferenza si chiuse con un nulla di fatto, con l’impegno a costituire a Londra un comitato intergovernativo che riconsiderasse le questioni dibattute ad Evian: il seguito è noto a tutti.

Pochi commentatori hanno insistito sulla tragica analogia tra la conferenza di Evian del 1938 e l’attualità; il più attento è stato Gad Lerner che vi ha dedicato una puntata della sua trasmissione “Fischia il vento”.