22 giugno 2012

Per Bruno Caccia

In memoria di Bruno Caccia e della nostra responsabilità. San Sebastiano da Po 22.06.12

 

Riina ai suoi l’aveva detto: “si fa la guerra per fare la pace

Sono parole rivelatrici di una mafia che si è sempre percepita prima di tutto come sistema di potere, come Istituzione che concorre al mantenimento di un ordine funzionale ai propri interessi, interagendo con il sistema delle Istituzioni legali. Una concorrenza che ora si fa sordamente complice, ora si fa conflittuale. Come accadde in seguito al dissolvimento dell’equilibrio costituitosi all’indomani della seconda guerra mondiale: tra il 1989 e il 1992 è stato infatti archiviato un intero mondo di alleanze e di potere.

Rinegoziare un nuovo equilibrio tra gli stessi protagonisti non era una necessità ineludibile, anzi!

Uomini come Falcone e Borsellino capirono che c’era eccome la possibilità di girare pagina, di ricostruire un nuovo ordine democratico, liberato dall’abbraccio della mafia, proprio perche erano venute meno le ragioni storiche e internazionali che avevano giustificato quel connubio per oltre 40 anni.

A chi poteva interessare invece una rinegoziazione tra gli stessi protagonisti?

Soltanto a coloro che avendo esercitato per molto tempo un grande potere, erano troppo compromessi per sperare di sopravvivere ad un rivolgimento.

Costoro ordirono la cosi detta “trattativa”.

La ammantarono di argomenti scellerati e la perfezionarono.

Oltre a qualunque nuova evidenza giudiziaria è tempo che ci si assuma la responsabilità politica ed etica di un giudizio chiaro.

La trattativa c’è stata, ha avuto un esito soddisfacente per i suoi protagonisti, al punto che la violenza stragista e in generale la violenza assordante degli omicidi “eccellenti” sono svanite.

Negli ultimi 20 anni di questa pax mafiosa ritrovata abbiamo beneficiato un po’ tutti. Si, anche noi: noi che facciamo Libera. E proprio la recente fitta serie di attentati a “bassa frequenza” che ha colpito diversi terreni affidati alle cooperative di Libera Terra, da la misura per contrasto di cosa significherebbe essere ancora e costantemente nel mirino di un potere mafioso inappagato e quindi bisognoso di affermazione attraverso l’uso della violenza contro le persone.

La pace mafiosa, messa a fondamento pure della così detta Seconda Repubblica è stata pagata sicuramente dalle vittime di quelle stragi e dalle loro famiglie. Ma è stata pagata in maniera specifica e puntuta anche da un uomo e dalla sua famiglia: Gian Carlo Caselli. Un uomo che cocciutamente ha raccolto il testimone di Falcone e Borsellino e ha cercato di fare l’unica cosa che gli strumenti del diritto gli consentissero di fare: creare un precedente, che sarebbe stato usato per demolire le nuove alleanze.

Questo credo sia stato il senso profondo del processo Andreotti: riuscire infatti a sanzionare sul piano giudiziario l’architettura complessa di un potere che senza soluzioni di continuità tiene insieme Palazzo Chigi e Corleone, avrebbe non soltanto fatto un po’ di giustizia per il passato, ma avrebbe messo nelle mani dei giudici leve potenti per scardinare i nuovi patti. A questo d’altra parte tendeva naturalmente il metodo Falcone. A questo doveva servire l’invenzione della Procura nazionale anti mafia. A questo sarebbe in effetti servita la Procura nazionale se fosse stata messa nelle mani di Borsellino e di Caselli. Il Sistema mafia-politica questo l’aveva capito perfettamente e la storia sappiamo come è andata.

Da allora il sistema, riorganizzandosi, ha progressivamente fatto a pezzi il “metodo Falcone”, fino ad arrivare alla sentenza di Cassazione ultima su Dell’Utri e alle parole oscene di Iacoviello: “Al reato di concorso esterno non crede più nessuno”. Fine della storia.

A Gian Carlo Caselli e alla sua famiglia deve andare il nostro lucido ringraziamento, sappiate che abbiamo capito. Abbiamo capito cosa ha significato quella legge voluta dal Governo Berlusconi che ha sbarrato a Gian Carlo Caselli la strada per la Procura nazionale anti mafia, norma poi ritenuta illegittima dalla Corte Costituzionale. Abbiamo capito quanto male abbiano fatto certi silenzi e certo fuoco amico: avremmo dovuto chiedere tutti e con forza le dimissioni di colui che aveva approfittato di quella norma illegittima. Non l’abbiamo fatto. E per questo ti dobbiamo tutti chiedere perdono. In guerra il delitto più odioso è lasciare solo un compagno ferito. 

La memoria di Bruno Caccia che oggi celebriamo, ci aiuti a non perdere mai il coraggio delle scelte e dei giudizi chiari.

Noi lo abbiamo capito.

 

Davide Mattiello

Presidente Fondazione Benvenuti in Italia