29 agosto 2017

New York City: la città della super-diversità

di Camilla Cupelli e Mariachiara Giorda, Rubrica del Comitato Scientifico

Una panoramica religiosa della città

New York è una delle città più “super-diverse” del mondo: qui si incontrano culture e religioni che provengono da tutto il mondo e che, soprattutto, hanno trovato in questa città il loro peculiare modo di manifestarsi. Il sogno americano si esprime infatti anche in termini religiosi: ciascun individuo cerca all’interno delle centinaia di comunità religiose quella che maggiormente gli si addice e lì trova spazio per pratiche, credenze e forme di incontro e scambio che si rinnovano di continuo.

Secondo i dati del PRRI il 45,4% degli americani è protestante, mentre tra gli abitanti dell’area metropolitana di New York è protestante solo il 25% della popolazione (all’interno di cui esistono suddivisioni tra protestanti bianchi, afroamericani, evangelici, ispanici). Solo lo 0,9% della popolazione americana è musulmana, mentre nella Grande Mela lo è il 3% degli abitanti: la percentuale è dunque proporzionalmente maggiore. New York è infine la città dove la cifra è più elevata rispetto alla media nazionale anche per gli ebrei: 1,5% tra gli americani, 6% nell’area metropolitana newyorchese (che sale al 7% se si considera solo la città vera e propria). Negli Stati Uniti la comunità ebraica resta comunque una delle più popolose al mondo, dopo quella presente nello stato di Israele.

Gli Hare Krishna, movimento religioso di recente fondazione

New York ha accolto, fin dalla sua fondazione, tradizioni religiose diverse, ha ospitato trasformazioni di ogni genere, ha accompagnato innovazioni e ne ha prodotte di nuove, come il caso degli Hare Krishna. Questo movimento religioso neo-orientalista è stato creato proprio qui nel 1967, nella nouvelle vague di spiritualità che mescolava istanze di protesta e rinnovamento all’antica saggezza orientale negli anni in cui, a San Francisco, studenti universitari e hippies preparavano il terreno per la rivoluzione culturale che avrebbe cambiato per sempre la vita sociale occidentale. Ancora oggi gli Hare Krishna cantano i loro mantra a Union Square, una delle piazze più centrali e popolate di Manhattan, dove ogni giorno si ritrovano per avvicinarsi alla forma più pura della propria anima.

Molteplicità nel mondo cattolico: tra chiese etniche, chiese lgbt e sperimentazioni

Tutti i culti presenti nella città da anni convivono oggi in una molteplicità, che si manifesta non solo come diversità tra varie religioni, ma anche come differenziazione interna allo stesso culto. Nel caso della religione cristiana questo è evidente: basta pensare alle numerose chiese evangeliche legate al loro paese d’origine che popolano, in particolare, il quartiere di Harlem a Manatthan, tra la 116 e la 145esima. Qui molte “chiese etniche” trovano spazio tra le chiese protestanti più tradizionali. Tra loro, una chiesta haitiana che abbiamo incontrato pratica il culto gospel in francese.

Nella tradizione di questa cultura, oltre al culto cantato, è presente anche il momento del pasto condiviso, solitamente consumato all’interno dei locali della chiesa. “Il canto è il nostro modo di pregare Dio, di fargli piacere e omaggiarlo” sostiene il pastore Joseph Desti della chiesa evangelica haitiana sulla 126esima strada.

Tra tutte, è probabilmente la chiesa cristiana LGBT (“open to all!”- si legge sul sito) che colpisce di più per il suo carattere innovativo: una chiesa cristiana che ha come mission quella di portare il Vangelo ai margini, come sfida per tutte vecchie e nuove forme di povertà, disagio e discriminazione. Alla MCCNY, la Metropolitan Christian Church fondata a New York negli anni Settanta da uno studente queer della Facoltà di teologia, ogni domenica un gruppo di persone di tutte le età, composto da eterosessuali, gay, lesbiche, bisessuali, transgender, intersessuali e queer assiste alla liturgia celebrata da una donna.

L’ebraismo: tra ortodossia e nuovi percorsi di formazione

Che i diritti legati alle discriminazione di genere siano al centro dell’attenzione negli Stati Uniti è noto. Ed è forse questa la ragione per la quale anche nella sfaccettata comunità ebraica esistono sinagoghe o centri culturali dove l’attenzione per la libertà riguardo alla sessualità e la parità tra generi è altissima, dove anche le donne possono essere le rabbine ufficiali. Nel caso della Congregation Beit Simchat Torah, la rabbina Tasha Calhoun afferma che “non ci sono modi giusti o sbagliati di apprendere l’ebraismo” e che anche “assistere a produzioni teatrali a Broadway” può essere uno di questi. Ad altri ebrei newyorchesi, però, questa potrebbe sembrare un’eresia: nel quartiere ultra-ortodosso appena accanto Williamsburg, il cuore gentrificato di Brooklyn , il sabato i negozi sono tutti chiusi, gli abitanti passeggiano con i loro abiti tradizionali che ricordano l’Europa dell’est del XIX secolo e i bambini giocano per le strade senza guardare in faccia i pochi turisti che camminano per le strade.

La comunità musulmana tra spazio pubblico e privato

Anche i musulmani sono presenti in tutta la città, e trovano un luogo appropriato alla manifestazione della loro identità non solo nei numerosi Centri Islamici e nelle moschee costellate lungo le vie della City, ma anche nello spazio pubblico, come le università. Alla New York University, una delle principali della città, sono circa 3000 gli studenti musulmani (secondo i dati in possesso dell’Islamic Center NYU). L’imam Fayiaz Jaffer conferma che è difficile avere dati certi, ma che il centro è nato da un’esigenza degli studenti: un accompagnamento spirituale negli anni della propria formazione è fondamentale, sostiene l’imam. All’interno dell’edificio in parte dedicato al centro islamico, infatti, convivono diverse forme di culto e religioni, ed esiste una “stanza del silenzio”, dedicata a tutti. Uno spazio dove ritrovare sé stessi nel silenzio, e spesso nella penombra.

Ariel Ennis, direttore dello Spiritual Center dell’università, spiega che la stanza “non è nata per pregare, non si trovano gruppi di persone che svolgono attività lì dentro, per quello abbiamo altri spazi”. La stanza è invece nata come luogo dove “meditare in silenzio, leggere, stare un momento con se stessi in silenzio”. Un esempio virtuoso di convivenza che resiste ormai da quasi dieci anni, e che fa da modello per molte università nazionali e internazionali.