29 febbraio 2012

L’Italia dei CIE

 

di Cupelli Camilla pubblicato su Acmos.net

Diciottomilacinquantotto. Questo è il numero delle persone morte nel tentativo di raggiungere clandestinamente l’Europa. Un numero impressionante riferito al periodo che va dal 1988 ad oggi. Dati che ne dipingono la tragedia che  solo il 2011 ha fatto registrare 2000 vittime.

 

Migliaia e migliaia di migranti tentano ogni anno di espugnare la fortezza d’Europa, alla ricerca di una prospettiva migliore, rischiando la vita.

In Italia solo nell’ultimo anno si calcola siano circa 60.000 gli stranieri che sono sbarcati sui nostri lidi. Nel nostro Paese gli stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno vengono messi nei CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT, Centri di Permanenza Temporanea, fino al 2008). Nel 2009 i CIE italiani sono passati da 10 a 13, per un totale di 1.814 posti disponibili. È notizia del 28 gennaio scorso della riapertura del CIE di Santa Maria Capua Vetere, secondo un’ordinanza del governo Monti. Chiuso in seguito a rivolte che lo avevano reso inagibile la scorsa estate, ha da poco riaperto con una capienza di 200 posti.

 

La circolare 1305 del primo aprile 2011, sottoscritta dall’allora Ministro degli Interni Roberto Maroni, vietava l’ingresso alla stampa nei CIE e nei CARA (Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo). La manovra aveva suscitato sdegno, ma ancora di più aveva sconvolto la notizia dell’aumento del tempo massimo di trattenimento, salito nel giugno dello stesso anno a 18 mesi. Quando vennero aperti i CIE, con l’articolo 12 della Legge Turco Napolitano del 1998, il tempo massimo di reclusione era di trenta giorni, periodo esponenzialmente aumentato, con la Bossi Fini del 2002, a sessanta, per approdare nel 2011 a 18 mesi. Come una goccia che fa traboccare il vaso, la reazione di coloro che si trovavano nei CIE è stata forte. Questo è il motivo per cui a Santa Maria Capua Vetere ci furono violente rivolte durante l’estate, così come a Palazzo San Gervasio.

 

A Torino il culmine si è avuto invece nel mese di dicembre, nel CIE di Corso Brunelleschi: la notte di Natale sono scappati dalla struttura trentacinque immigrati, il secondo caso di fuga dopo quello di pochi giorni prima. Quattordici di loro sono subito stati identificati e riportati tra le mura di Corso Brunelleschi. Ad oggi la situazione del CIE torinese non è ancora cambiata, ma l’accesso alla stampa è sempre interdetto, elemento che impedisce alla cittadinanza di essere adeguata informata sulle dinamiche interne quotidiane.