25 agosto 2014

JP Morgan o pinguini?

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Davide Mattiello scrive a Gustavo Zagrebelsky dopo l’intervista a Marco Travaglio per Il Fatto Quotidiano.

Potete leggere l’intervista CLICCANDO QUI

 

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Caro prof. Zagrebelsky,

 

temo che il problema non sia JP Morgan, ma il “Pinguino”.

 

Ho letto e meditato l’intervista rilasciata a Marco Travaglio, su Il Fatto del 22 Agosto.

Condivido il ragionamento: questa è la premessa.

Lei ricorda che da neo-deputato ero pronto a dimettermi dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 4 Dicembre 2013: mi sembrava insopportabile andare avanti a svolgere la funzione di parlamentare, essendo diventato oggetto di una sentenza di condanna da parte della Corte Costituzionale. Lei invece non può sapere che fui, nel mio piccolo, tra quelli che reagirono al dossier della JP Morgan, quando venne divulgato, avvertendone la gravità.

Pure assumendo il ragionamento, temo che il punto di partenza sia, ahimè, insufficiente e di conseguenza, la reazione prospettata impraticabile.

Al netto degli incidenti di percorso che possono far saltare il disegno del Governo a prescindere e in qualunque momento.

Io non credo che la finanza internazionale “dia ordini” alla politica.

Credo piuttosto che finanza globale e classe dirigente occidentale vivano una convergenza di interessi e che questa convergenza di interessi non sia più messa in discussione, se non da una minoranza di persone in tutto il Mondo, sempre più residuale.

Perché negli ultimi 30 anni è profondamente mutato il piano del “desiderio collettivo”: da New York a Kiev, passando per Pechino e Delhi, ha vinto la Coca Cola.

Nel 1989 è finita la terza guerra mondiale, il capitalismo occidentale ha vinto e come ogni vincitore ha preteso il palio. Dopo quarant’anni passati a mordere il freno per lo spauracchio sovietico, ha mollato ogni pudore e ha preteso una maggiore remunerazione del capitale di rischio: è cominciata da quel giorno l’erosione dell’esigibilità dei diritti, l’aggressione alla social democrazia, l’agonia delle democrazie parlamentari. In cambio però il capitalismo e poi il capitalismo finanziario globale hanno iniettato nell’immaginario collettivo mondiale la ricetta della felicità, senza più avere avversari realmente competitivi. Nel 1995, anno della riorganizzazione del Mondo dopo il terremoto globale innescato nel 1989, girava in TV la pubblicità del “Pinguino, De Longhi”: si ricorda lo slogan? “Tutti volere Pinguino De Longhi”, messo in bocca, per altro, ad un nativo americano, con tanto di pelli, piume e segnali di fumo.

Ecco la ricetta della felicità: l’accesso al consumo. Il “pinguino” ha vinto nella testa della maggior parte della popolazione mondiale. Parafrasando Augusto Boal, che parlava di “Flic dans la tete”, col “Pinguino dans la tete” il nuovo ordine mondiale si è avviato in marcia trionfale.

Lei sa quanto il desiderio sia decisivo per edificare consorzi umani di un tipo piuttosto che di una altro.

E qui arrivo al cuore della riflessione: la vittoria del “Pinguino” ha prodotto una rivoluzione anche nell’oggetto particolare del desiderio politico. Non esito a definirla involuzione. Gli individui, per lo più, non aspirano ad avere parte nel processo decisionale, ma aspirano ad essere rassicurati nell’accesso al consumo da chi si guadagni il ruolo di decidere.

Se nel secondo dopo guerra e fino agli anni ’80 essere individui liberi ha significato, almeno da noi, essere individui che partecipano su un piano di uguaglianza formale e sostanziale al processo decisionale (ovvero alla gestione del potere pubblico) oggi e ormai da un bel po’ di anni, l’individuo si percepisce “libero” quando ha accesso ai consumi ed è rassicurato dal potere pubblico (ma anche dai surrogati privati) nel perdurare di questo accesso.

Partecipare in prima persona al processo decisionale, cioè alla gestione del potere pubblico, è diventato troppo faticoso, noioso, pericoloso, soprattutto se questa partecipazione è gestita attraverso la tecnologia della democrazia rappresentativa, lontanissima ormai dalla istantaneità e dall’individualizzazione esasperata cui ci stanno abituando i nuovi media. Piuttosto che “partecipare su un piano di uguaglianza al processo decisionale”, si preferisce affidarsi a chi pare garantire il più tranquillo accesso al consumo.

Involuzione, certo, perché è un modello che riporta alla centralità dei “giri giusti”, dei clan di appartenenza, delle clientele. E’ una involuzione purtroppo tutta funzionale al modo mafioso di stare al Mondo. Ma è una involuzione culturale, dilagata, non dilagante.

Come si ri-accende il desiderio di “partecipare su un piano di uguaglianza formale e sostanziale al processo decisionale”, senza aspettare un prossimo trauma collettivo (che normalmente prende la forma della guerra) per recuperare alla coscienza il rapporto tra sicurezza personale e partecipazione democratica?

Questo è il problema che più mi assilla.

Perché senza intervenire efficacemente sul piano del “desiderio collettivo” (e al netto di quegli inciampi che possono sempre accadere) io credo che tutto andrà come è stato programmato che vada. La liquidazione della democrazia parlamentare e la radicale semplificazione del processo di partecipazione-decisione, per altro fatta guidare alla “sinistra” (come nei migliori copioni), sarà irrefrenabile.

Molto in realtà si sta muovendo in tal senso, ma è la forza che difetta.

Io credo che il lavoro sul “desiderio collettivo” abbia migliori possibilità quando riesca a definire sfide che abbiano a che fare con il “non ancora”, con il futuro da scrivere. Questo tipo di sfida ha un grande merito, quello di attivare le energie dei giovani, di chi cioè ha il massimo interesse a scrivere il “non ancora”, a conquistare il futuro, impastando di realtà i propri sogni.

Io credo che questo grande e appassionante lavoro possa avere almeno due inneschi:

– la battaglia per la pubblicizzazione globale delle risorse fondamentali. L’Europa l’abbiamo edificata mettendo in comune l’acciaio e il carbone, con ciò disinnescando la ragione del contendere tra Germania e Francia. Dobbiamo costruire un Mondo capace di mettere in comune l’acqua, l’aria, le energie, la sicurezza. In questo saranno decisive l’autorevolezza e la forza che sapremo dare all’ONU.

– la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, come soggetto politico, democratico, continentale, capace di lavorare alla cooperazione globale e capace di dare un senso accettabile alla relativizzazione delle architetture democratiche nazionali.

 

con gratitudine e stima

Davide Mattiello