3 novembre 2011

Il risultato elettorale tunisino: trionfo della moderazione

 

Fonte: medarabnews.com

Nei giorni che hanno preceduto le elezioni tunisine del 23 ottobre, erano molti gli interrogativi che ruotavano attorno a questa consultazione cruciale per il futuro della Tunisia: per chi avrebbero votato i tunisini? Ma soprattutto: avrebbero votato? E il voto si sarebbe svolto ordinatamente e pacificamente?
Le risposte date dai tunisini sono state importanti, e generalmente positive. Con un’affluenza elevatissima ed un voto ordinato, sufficientemente trasparente e senza incidenti, il popolo tunisino ha chiaramente affermato di voler passare alla fase costituente della sua rivoluzione, per costruire le fondamenta di un nuovo Stato basato sulla moderazione e sull’integrazione delle diverse anime del paese.
Il dato più evidente, che è stato sottolineato da tutti, è la vittoria di un partito islamico, il Nahda, che sarà il principale attore politico nella fase di transizione verso la democrazia.
Ma ancora più essenziale è il fatto che, pur rappresentando una notevole vittoria, l’affermazione del Nahda ha lasciato spazio anche ai partiti di ispirazione laica, i quali avranno un ruolo importante nel governo di coalizione che dovrà guidare il paese in questa delicata fase di passaggio, e nell’assemblea costituente che dovrà redigere la nuova costituzione.
Con oltre il 40% dei consensi, il Nahda ha ottenuto 90 seggi su un totale di 217. Il Congresso per la Repubblica (CPR) di Moncef Marzouki, giunto inaspettatamente primo fra i partiti laici, si è aggiudicato 30 seggi, seguito da Ettakatol (anche noto come Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà – DTL) che ne ha ottenuti 21.
La sorprendente affermazione del partito populista “Aridha Chaabia” (Petizione Popolare), che ha conquistato ben 19 seggi, ha invece sottratto la quarta posizione al Partito Progressista Democratico (PDP), inizialmente dato tra i favoriti, il quale non è riuscito ad assicurarsi più di 17 membri nell’assemblea costituente.
I restanti partiti che sono riusciti ad aggiudicarsi una presenza in tale assemblea hanno ottenuto un numero compreso fra un minimo di 1 e un massimo di 5 seggi.
Il risultato elettorale è dunque sembrato confermare il carattere composito e sincretico della Tunisia e della sua cultura politica – una cultura che non vuole certamente rinunciare alla sua eredita arabo-islamica, ma neanche ai contributi europei ed ottomani che l’hanno arricchita, ed in generale alle numerose esperienze riformiste della sua storia.
LE RAGIONI DELLA VITTORIA DEL PARTITO NAHDA
La vittoria del Nahda per molti versi rappresenta il ripudio degli eccessi di cinquant’anni di secolarizzazione forzata imposta dall’élite laica e filo-francese che ha governato la Tunisia a partire dall’indipendenza del paese nel 1956.
Ma essa rappresenta anche il rifiuto degli ultimi decenni di adozione di un modello liberista che ha determinato un aggravamento della povertà e degli squilibri sociali, un aumento del divario fra città e campagne, l’acuirsi delle disparità fra le regioni costiere sviluppate e le depresse regioni interne, il rafforzamento delle èlite economiche e finanziarie, della corruzione e delle clientele a scapito della maggioranza della popolazione, e il dilagare della disoccupazione, soprattutto fra i giovani.
Il Nahda ha vinto grazie alla popolarità di un messaggio basato sul ritorno ai valori “tradizionali” e “musulmani” di integrità ed onestà, in opposizione alla corruzione dell’èlite secolarizzata ed occidentalizzata che finora ha governato il paese. Questo messaggio ha attratto sia i sostenitori di un più marcato tradizionalismo culturale e religioso, sia coloro che chiedevano una maggiore correttezza ed onestà nella gestione della cosa pubblica.
Il partito ha saputo trarre vantaggio dalla sua storia di sofferenze e persecuzioni subite per mano del regime (una storia che non è esclusiva del Nahda, ed ha riguardato anche altre formazioni politiche, ma che il partito islamico ha saputo capitalizzare meglio di altri), ma soprattutto dalla sua notevole abilità organizzativa e dalla sua capacità di interagire direttamente con gli elettori.
Ciò premesso, bisogna però aggiungere che, malgrado il carattere spesso forzato del processo di secolarizzazione imposto alla Tunisia a partire dall’indipendenza, sia le forze laiche che le forze islamiche sono eredi del patrimonio laico e liberale del paese.
Così, se da un lato nemmeno le forze laiche contestano l’identità islamica della Tunisia, dall’altro lo stesso partito Nahda si è presentato ai tunisini come una formazione non in opposizione con l’eredità laica di Bourguiba e del movimento modernista e riformatore tunisino.
Il capo carismatico del partito, Rashid Ghannoushi, è stato ben attento a dichiarare di voler difendere i diritti delle donne, come la libertà di non indossare il velo (o di indossarlo), o come il diritto al divorzio, ed in generale di non voler abrogare il codice di famiglia laico introdotto nel 1959.
Come ha affermato Al-Hadi Bulleid, professore di diritto costituzionale all’Università della Tunisia, i leader del Nahda hanno compreso che il cittadino tunisino medio è un musulmano moderato che “aspira al progresso ed alle libertà civili ed individuali che sono presenti in Europa, anche se afferma di essere un sostenitore dell’Islam politico”.
La presenza di una minoranza islamica più intransigente e conservatrice come quella rappresentata dai salafiti, che a detta della maggioranza degli osservatori non superano le poche migliaia (e per alcuni dei quali lo stesso Ghannoushi è “un eretico”), non altera questo quadro complessivo.
Certamente, come sostengono alcuni, alla popolarità del Nahda ha contribuito in una certa misura anche la scarsa cultura politica della popolazione tunisina, abbinata alla notorietà del partito fra le classi più povere in conseguenza delle sue attività filantropiche.
Al successo elettorale del partito islamico ha concorso anche la decisione dell’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT) – il potente sindacato che aveva avuto un ruolo di primo piano nella sollevazione popolare di gennaio – di non prendere parte direttamente alla competizione elettorale, lasciando ai suoi membri la scelta di poter aderire individualmente ad altri partiti.
La formazione politica di Ghannoushi ha poi potuto contare senza dubbio su notevoli disponibilità economiche per finanziare la propria campagna elettorale (alcuni hanno accusato il partito di aver ricevuto finanziamenti esteri, ed in particolare petrodollari provenienti dai paesi conservatori del Golfo).
Infine non va dimenticato il fatto che gli Stati Uniti, la Francia e l’Unione Europea avevano annunciato che non si sarebbero opposti alla partecipazione del Nahda a un futuro governo. Ciò ha contribuito a rasserenare il clima politico interno, ed a smussare la contrapposizione fra islamici e laici che pure aveva in parte avvelenato il clima preelettorale.
UN CLIMA POST-ELETTORALE SUFFICIENTEMENTE DISTESO
Questo clima maggiormente disteso è sembrato caratterizzare anche la prima fase post-elettorale, con il riconoscimento della vittoria della formazione islamica da parte dei principali partiti laici – primo fra tutti il CPR di Marzouki, giunto in seconda posizione, il quale ha manifestato la propria disponibilità a costituire un governo di coalizione con il Nahda.
Il CPR, che sembra aver assunto una posizione centrista nel panorama politico tunisino, ha ottenuto un successo inatteso. Tale successo, secondo alcuni, è dovuto al suo approccio modernista abbinato ad una non-opposizione all’identità arabo-islamica della Tunisia, ovvero alla sua scelta di non opporsi frontalmente alle politiche “nazional-religiose” del Nahda, pur non facendole proprie.
Marzouki ha in ogni caso sottolineato che il CPR uscirebbe subito dal governo qualora le politiche del Nahda dovessero minacciare le libertà civili dei tunisini.
Il terzo classificato, Ettakatol, ha considerato il proprio risultato relativamente modesto come un “successo” rispetto al fiasco registrato dalle altre formazioni di centro-sinistra, ed in particolare dal PDP. Sebbene l’eventuale collaborazione con il Nahda non sia condivisa da tutti all’interno del partito, la maggior parte dei suoi membri ha ammesso che gli altri partiti progressisti sono i grandi perdenti di queste elezioni, e che la prospettiva di una coalizione di centro-sinistra è impraticabile.
LO STRANO CASO DI ARIDHA CHAABIA
A scompaginare questo quadro post-elettorale relativamente “tranquillo” ci ha pensato Aridha Chaabia (Petizione Popolare), un partito nato lo scorso marzo e fino a pochi giorni fa pressoché sconosciuto. Questa formazione politica, fondata da Mohamed Hachimi Hamdi, ricco uomo d’affari che vive da anni a Londra ed è proprietario di due canali televisivi, si era piazzata addirittura al terzo posto prima che la Commissione elettorale indipendente (ISIE) le sottraesse nove seggi per gravi violazioni della legge elettorale.
Gran parte della campagna elettorale di Aridha Chaabia era infatti imperniata sulla propaganda trasmessa da uno dei due canali televisivi di Hachimi Hamdi, “Moustaqila” (che vuol dire “Indipendente”), con sede a Londra e probabilmente finanziato con fondi stranieri.
Il messaggio lanciato da Hamdi attraverso la sua televisione è un misto di promesse populiste e di retorica religiosa, che ha fatto presa su una quota significativa dell’elettorato tunisino più povero ed emarginato.
A Sidi Bouzid – la cittadina della Tunisia interna divenuta famosa perché proprio laggiù il giovane Bouazizi si era dato fuoco, appiccando un incendio che si sarebbe propagato a tutto il mondo arabo – Aridha Chaabia aveva ottenuto addirittura più seggi del Nahda.
In questo caso, però, ancor più del messaggio populista di Hamdi, a convincere i cittadini di Sidi Bouzid a votare per lui è stato il fatto che egli, pur vivendo a Londra da anni, è originario proprio di questa povera città della Tunisia centrale.
La successiva notizia che, proprio a Sidi Bouzid, ben tre candidati di Aridha Chaabia erano stati squalificati dalla Commissione elettorale ha scatenato una protesta violenta che non ha risparmiato gli edifici comunali e la sede locale del partito Nahda, riportando per un giorno la Tunisia ai tempi dei sanguinosi scontri di gennaio.
In realtà, sebbene i finanziamenti irregolari di Aridha Chaabia abbiano costituito forse la violazione più grave alla legge elettorale, tale violazione non è stata l’unica (altri partiti hanno commesso irregolarità, non sanzionate principalmente per l’inesperienza della Commissione elettorale). Inoltre, sebbene la sanzione imposta dalla Commissione al partito di Hamdi sia stata probabilmente legittima, questa decisione non è stata esente da pressioni, esercitate da tutte le principali forze politiche.
Il fondatore di Aridha Chaabia è stato anche accusato da più parti di essere stato vicino all’ex presidente Ben Ali, e di essere colluso con gli ex membri del Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), il partito di governo all’epoca del deposto regime. Tali accuse però non sono state sostanziate (fra l’altro Hamdi in passato era stato addirittura un membro del Nahda, a quel tempo bandito e perseguitato dal regime).
Al di là di quello che potrà essere il futuro ruolo politico di Aridha Chaabia e del suo leader populista, e al di là dell’obiettiva irregolarità della sua campagna elettorale, l’ostracismo nei suoi confronti da parte dei principali partiti politici, e la risposta violenta della sua città d’origine, rappresentano un nuovo campanello d’allarme riguardo al malessere diffuso nelle regioni interne del paese, ed al loro “revanscismo” nei confronti delle regioni costiere.
Secondo gli abitanti di Sidi Bouzid che hanno votato per il partito del loro ricco ed eccentrico concittadino, nessun esponente dell’attuale élite politica tunisina rappresenta realmente le regioni emarginate del paese. Lo stesso Nahda, che ha un forte potere di attrazione sulle classi più povere grazie al suo messaggio politico basato sulla religione e l’identità, è guidato essenzialmente da esponenti che provengono dalle regioni costiere. Il leader di Aridha Chaabia, invece, sebbene sia un stravagante uomo d’affari espatriato da anni, era nato e cresciuto a Sidi Bouzid.
Se i politici di Tunisi continueranno a mostrarsi distanti dagli abitanti emarginati ed impoveriti della parte centrale e meridionale del paese, è probabile che la voce di Sidi Bouzi si farà sentire anche in futuro.
IL MODELLO TUNISINO E IL DIBATTITO INTERNAZIONALE SULL’ISLAM POLITICO
Le elezioni del 23 ottobre sono state le prime consultazioni multipartitiche e democratiche svoltesi in Tunisia dopo la conquista dell’indipendenza dalla Francia nel 1956, ma sono state anche le prime libere consultazioni svoltesi in un paese arabo dall’inizio delle rivoluzioni di quest’anno. I tunisini, inoltre, sono stati i primi (e finora gli unici) nella regione a scegliere di dare la precedenza all’elezione di un’assemblea costituente incaricata di redigere un nuovo testo costituzionale.
Il risultato elettorale tunisino e il modo in cui evolverà la transizione democratica nel paese – ed in particolare l’esperimento di un partito di ispirazione islamica al governo – avranno dunque un significato importante anche per il resto del mondo arabo.
Ci si aspetta che per molti versi la Tunisia segua le orme della Turchia: dopo essere stata governata per decenni da un’élite laica ed occidentalizzata, essa si appresta a vivere l’esperienza di un governo guidato da un partito islamico che sembra voler riconoscere la laicità dello Stato.
Ad apparire ancor più promettente che nel caso turco è la generale disposizione del paese alla tolleranza ed al compromesso, e la minore propensione dell’esercito ad ingerirsi negli affari dello Stato. Tanto per fare un paragone, mentre in Tunisia l’esercito è rimasto nelle caserme, in Egitto ha assunto la guida del paese.
Quanto al Nahda, lo stesso Ghannoushi lo ha più volte paragonato al partito “Giustizia e Sviluppo” del primo ministro turco Erdogan, sottolineandone il carattere pragmatico e l’ambizione di ristabilire uno stato di diritto e di ricostruire l’economia del paese.
Del resto, diversi analisti sostengono che sia inevitabile che il Nahda punti al modello turco, in particolare vista la dipendenza economica della Tunisia dal turismo, e visti i suoi stretti legami con l’Occidente.
Più volte gli stessi esponenti del partito hanno affermato che il Nahda è favorevole ad un’economia di mercato moderata dal principio della solidarietà sociale. Essi hanno ribadito che la Tunisia rispetterà gli accordi commerciali già stipulati e fornirà garanzie per gli investimenti stranieri.
La Tunisia guidata dal Nahda potrebbe dunque – si augurano gli analisti – fornire nel Mediterraneo un altro esempio di democrazia multipartitica in una società musulmana, dopo la Turchia.
Altri hanno detto che, se l’esperienza tunisina dovesse avere successo, rappresenterebbe un’altra indicazione di una possibile vittoria nel mondo arabo del “modello turco” sul “modello iraniano”, ovvero di un Islam democratico (e capitalistico) in contrapposizione ad un Islam teocratico.
Resta tuttavia da osservare che – al di là del fatto che questo tipo di “modellizzazioni” risultano spesso forzate poiché non tengono conto delle specificità interne di ciascun paese – la realtà regionale in cui è immersa la Tunisia è molto diversa da quella di paesi come l’Egitto, la Siria o lo Yemen.
In particolare, le tensioni politiche, etniche e confessionali presenti nel Levante arabo – a cui si aggiungono i conflitti e le ingerenze regionali ed internazionali – rendono molto più problematica non tanto l’affermazione di un Islam democratico, quanto in generale l’avvio di una pacifica transizione democratica in quella regione.
Tuttavia, così come appare esagerato l’ottimismo di coloro che prefigurano l’affermazione di un “modello turco” nel mondo arabo (e non va dimenticato, fra l’altro, che la democrazia turca continua a presentare al suo interno pecche e disfunzioni non trascurabili), è similmente del tutto fuori luogo l’allarmismo di coloro che vedono nella vittoria dal partito Nahda in Tunisia il sintomo dell’espansione di un Islam teocratico e intollerante nel Mediterraneo.
LE SFIDE PER IL FUTURO
Ed in ogni caso rimane il fatto che la Tunisia è appena all’inizio del suo cammino democratico, ed ha ancora davanti a sé enormi sfide da affrontare, in primo luogo quelle dello smantellamento degli apparati del vecchio regime.
Sarà necessario riformare il sistema giudiziario e le forze di sicurezza, combattere la corruzione e i vecchi sistemi clientelari, far ripartire l’economia, dare una risposta alla pressante richiesta di giustizia sociale, e soprattutto costruire le istituzioni democratiche del paese.
La guerra nella vicina Libia ha intaccato la situazione di sicurezza nelle regioni di confine ed ha appesantito la Tunisia del fardello di migliaia di profughi. A occidente il paese confina con l’Algeria, il cui regime refrattario al cambiamento rimane nelle mani di un presidente anziano e malato.
Ad ogni modo, il positivo svolgimento della consultazione elettorale rappresenta per la Tunisia il superamento di una soglia importante, dà al processo politico quella legittimità di cui aveva bisogno per consolidare le premesse della transizione democratica, e conferma la predisposizione tunisina alla moderazione ed all’inclusione delle diverse istanze e delle differenti anime del paese.