18 maggio 2012

Il perdono responsabile

Di Camilla Cupelli

“Si può educare al bene attraverso il male?” Con questa domanda, solo apparentemente filosofica, Gherardo Colombo sottotitola il suo nuovo libro “Il perdono responsabile”. E con la stessa domanda apre il suo incontro al Salone Internazionale del Libro di Torino.

L’ex pm milanese, però, chiarisce subito: con questa domanda intende chiedersi, e chiederci, se possano esistere diverse forme di punizione e riabilitazione rispetto a quelle tradizionali e, in particolare, rispetto al carcere. Partendo dal presupposto che la Costituzione sia rappresentata dall’articolo 3, il cui incipit recita “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, Colombo si interroga sul possibile disaccordo tra l’esistenza delle carceri e tale principio costituzionale, dubbio che lo accompagna quotidianamente nella sua carriera e che cresce sempre più nel corso degli anni.  Generalmente si difende l’esistenza delle carceri con una motivazione forte: il carcere favorisce la sicurezza dei cittadini mediante la reclusione di individui pericolosi. Gherardo Colombo racconta però dei dati allarmanti: il 68% di coloro che escono dal carcere sono recidivi, commettono altri reati. La nostra sicurezza, dunque, pare tutt’altro che sotto controllo in base alle normative vigenti.

La domanda di fondo è: “somministrando condanne si esercita realmente giustizia?”. L’ex magistrato lancia una provocazione e chiede che tutti i giudici che si troveranno ad emettere sentenze di condanna al carcere passino prima due giorni con i detenuti per rendersi conto della situazione disastrosa in cui si vive nelle carceri italiane. E fa una prova con il pubblico: “provate soltanto ad immaginare di vivere in una stanza di dodici metri quadrati con vostra moglie per quarantotto ore. Ecco, in quella stanza i detenuti stanno per anni in sei o sette, senza essersi scelti”. La prospettiva, effettivamente, sembra tremenda. E, quel che più conta, sembra non tener conto affatto della dignità delle persone.

Gherardo Colombo prova a fornire una spiegazione di questo processo malato, e lo fa ripartendo dalla frase iniziale: il problema è che i carcerati vivono in condizioni pessime e quando escono sono considerati reietti. E ciò avviene perché crediamo sia bene applicare il male, e speriamo, con questo, di ottenere del bene. L’idea della nostra società è educare all’obbedienza, ma con questo non educhiamo né alla responsabilità, né alla libertà. I vecchi neuroni specchio ci insegnano da tempo la pedagogia del male: se vedo commettere del male, reagirò sempre e soltanto con altrettanto male.