4 giugno 2012

Festival dell’economia

 

di Camilla Cupelli

Quattro giorni di incontri e dibattiti a Trento per l’annuale Festival di Economia, giunto ormai alla sua settima edizione. Quest’anno il tema scelto era Cicli di vita e rapporti tra generazioni: cicli di vita biologici, obsolescenza degli oggetti comuni e rapporti lavoro-famiglia sono quindi stati i protagonisti delle sale che hanno accolto gli incontri. Ospiti della manifestazione alcuni tra i più grandi economisti ed intellettuali mondiali, come Serge Latouche, Adair J. Turner, Tito Boeri e molti altri ancora. A presenziare, quest’anno, anche alcuni Ministri italiani – Elsa Fornero e Corrado Passera – nei confronti dei quali non sono mancate le proteste: Cobas e No Tav hanno fatto sentire la loro voce, e nella giornata di sabato gli scontri hanno provocato qualche ferito.

 

Le donne e il lavoro

In Italia il tasso di occupazione femminile è del 46,5% (con una netta disparità tra nord e sud, il primo al 55% e il secondo al 33%), mentre la media europea è del 58,5%.  Il dato ancor più allarmante è che nel 33% delle famiglie di coppia lavora soltanto l’uomo: per fare un esempio vicino, in Gran Bretagna queste famiglie sono solo al 10%. Ancora: in Italia abbiamo un gender gap che ci rende ventunesimi in classifica su ventisette Paesi analizzati nell’Unione europea (ndr. Il gender gap misura le disparità di genere tra l’uomo e la donna in base a moltissimi fattori  tra i quali la retribuzione, la parità di opportunità ecc.).

Agar Brugiavini, economista della Ca’ Foscari di Venezia, evidenzia però come le disparità di genere siano andate via via riducendosi, anche se la crisi sembra aver provocato una tendenza opposta negli ultimissimi anni. La situazione per quanto riguarda i congedi per maternità sembra essere tra le migliori in Europa, e la professoressa sottolinea anche i recenti tentativi nei confronti dei congedi per paternità – anche se tre giorni di congedo ci sembrano poco realistici per sostenere di aver affrontato il problema della paternità.

L’analisi del nostro Paese è però allarmante: nonostante dal palco si cerchi di dare una lettura dei dati positiva, sottolineando il ruolo fondante della famiglia nel nostro sistema assistenziale, le cifre parlano chiaro: in Italia i parenti si offrono assistenzialismo reciproco per oltre il 45% del necessario a fronte di un 20% offerto a livello formale, mentre ad esempio in Svezia il parentado sta al 30% e l’assistenza formale tocca quasi il 40%. In una comparazione tra Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Francia e Italia, solo nel nostro Paese l’assistenza infermieristica svolta da parenti e amici supera nettamente quella svolta da professionisti pubblici o privati. Certo potremmo credere di essere più legati alla famiglia per tradizioni culturali e affetto reciproco, però certamente in Italia manca un vero sistema di welfare che permetta di non dover contare solo sulle risorse famigliari (le figlie per le madri, le nonne per le nipoti ecc.) per coprire le mancanze statali. Ma, d’altronde, fu proprio l’ex Ministro Giulio Tremonti a sostenere che in Italia la famiglia sostituisce l’Inps. Bisogna solo vedere se questo sia un sistema di welfare reale o se sia solo un modo per ovviare al problema e lasciarlo sulle spalle dei cittadini.

 

I nostri figli ci accuseranno?

Dieci anni fa cercavo di parlare di decrescita felice, o meglio acrescita, nella speranza che potessimo evitare la catastrofe, oggi dico che la catastrofe non si può più evitare, ma che dovremmo comunque uscire dall’idea della crescita infinita”. Così Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama mondiale, cerca di riassumere la tragica situazione del nostro Paese.

Nel 2010 tutto ciò che abbiamo consumato e creato dopo il 21 agosto era un surplus rispetto a ciò che la Terra avrebbe potuto garantirci. La nostra impronta ecologica (ndr. quanto consumiamo il nostro pianeta in relazione a quello che può sopportare) si aggira negli ultimi anni intorno al tasso 2: significa che consumiamo ogni anno due volte quello che la Terra potrebbe produrre senza consumarsi. Sembra che ci si trovi di fronte alla sesta scomparsa delle specie (l’ultima era avvenuta nel Pleistocene), perché ogni giorno ne scompaiono dalle 50 alle 100: la differenza rispetto al passato, però, è che è tutta colpa nostra.

Autodefinendosi obiettore di crescita, Latouche ci racconta come stanno veramente le cose: l’economia della “crescita per la crescita” che negli ultimi decenni è stata spacciata come la migliore e l’unica possibile è in realtà basata sulla contraddizione delle leggi fisiche e matematiche. Riprendendo le parole di un vecchio maestro e Ministro dell’Economia francese, il filosofo ci racconta come i beni naturali siano a poco a poco stati estraniati dal Mondo dell’economia: i premi Nobel Solow e Stieglitz scrissero che “il Mondo può continuare senza risorse naturali, quella è solo una peripezia della Terra, non una necessità”. Da qui nacque la prima grande contravvenzione alla seconda legge della termodinamica (quella che riguarda l’entropia dell’Universo): semplicemente, su un pianeta finito e impossibile pensare una crescita infinita, ma l’abbiamo tutti creduto fino all’esplosione della crisi.  Teorie economiche successive come la nota curva di Kuznets, che cercarono di matematizzare ideologie neoliberiste scellerate e riempirono i manuali universitari, sono in realtà errate: non è vero che più cresce lo sviluppo economico di un Paese e più, passato un punto critico, ci si prenderà cura dell’ambiente. Siamo oggi interamente asserviti alla dittatura dei mercati finanziari e questo non ci permette nemmeno di concepire il concetto di decrescita, figuriamoci di porre attenzione all’ambiente. Certo, però, dovremo farlo: secondo gli studiosi nei prossimi decenni il clima della Terra salirà di 2°C, il che significa che l’intero delta del Gange sarà sommerso. Non siamo in grado di accogliere poche migliaia di immigrati, saremo pronti ad accoglierne 300 milioni avendo meno risorse di adesso?

 

Biografia degli oggetti

Anche gli oggetti hanno un loro ciclo di vita: nascono, vivono e muoiono, generalmente in base al grado di valore che attribuiamo loro. Negli ultimi anni, a causa del boom tecnologico che ha sconvolto le nostre vite, l’obsolescenza di alcuni oggetti è divenuta talmente programmatica da non permetterci, ad una prima apparenza, neppure di scegliere. Le lampadine, ad esempio, vengono testate per durare un numero di ore limitato: se la vostra dura di più, è un difetto di fabbricazione.

Da queste premesse muove la riflessione della storica Emanuela Scarpellini, che prova a tracciare dei punti fermi nell’evoluzione storica della vita degli oggetti: certamente con la Rivoluzione Industriale, ed in particolare con la creazione della produzione in serie, la vita degli oggetti è andata via via diminuendo, producendo una speranza di vita dell’oggetto stesso che nell’era del consumismo potrebbe dirsi quasi nulla. La democratizzazione del consumo prodotta dalla produzione di massa a basso costo di vestiti e oggetti quotidiani ha acuito il problema: basti pensare che il 70% dei rifiuti sono imballaggi di vendita.

In Following the e-waste trail, un documentario prodotto da Greenpeace, ha dimostrato l’impatto ambientale dello smaltimento errato di un comune televisore: dopo aver regolarmente pagato in una discarica per gettare la propria TV, i protagonisti hanno seguito il suo percorso grazie ad un GPS inserito al suo interno, e si sono ritrovati in una valle della Nigeria. Qui, il televisore, stava in un mercato di oggetti usati, nonostante fosse un rifiuto. Tutto ciò che non viene venduto in questo mercato, forma discariche a cielo aperto in prossimità dei fiumi. Con conseguente inquinamento delle falde acquifere ed abbassamento della qualità ambientale di tutto il pianeta. Allora, viene da dire, non c’è nulla da fare: invece la studiosa invita tutti a prendere coscienza del problema e a consumare in modo più consapevole, perché è già troppo tardi.