20 novembre 2013

Doppio livello

Intervistiamo Stefania Limiti, autrice del libro ‘Doppio Livello’, un lavoro di ricostruzione durato anni che collega piste disseminate in decine e decine di procedimenti giudiziari. Un materiale enorme, fatto anche di testimonianze inedite e decisive come quella di un ex appartenente a Gladio che molto sa sulle dinamiche della strage di Capaci e sul perché la mafia c’entri solo in parte.

 

Nel suo libro lei parla di Cosa Nostra come di un corpo di polizia delle strutture parallele. Di quali e quante strutture parla?

La frase che lei riferisce è importante perché non esprime una mia opinione ma quella del prefetto Domenico Sica, ex Alto Commissario Antimafia, che mi ha spiegato la sua convinzione in merito al ruolo di Cosa nostra in una conversazione nella sua casa romana. La mafia, oltre a realizzare i suoi traffici da cui ricava una enorme accumulazione di ricchezza, è stata un supporto alle strutture clandestine che hanno operato per controllare il territorio italiano e prevenire ogni possibilità di cambiamento. Non sappiamo quante sono state ma abbiamo notevoli informazioni su come hanno agito. Non dimentichiamo che anche Giovanni Falcone voleva indagare sulla Gladio, evidentemente aveva avuto notizie sul ruolo di questa struttura in Sicilia, ma sappiamo come andò a finire: il procuratore di Palermo Giammanco glielo impedì.

Quel è il doppio livello che da’ titolo al libro?

Il doppio livello è una chiave per interpretare la strategia della tensione che non ha mai abbandonato l’Italia, come ha più volte sottolineato l’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, oggi presidente del Senato. Interessi internazionali e settori deviati dei poteri occulti hanno operato per rendere l’Italia un paese fragile, per ‘snervare’ la nostra democrazia, realizzando anche le stragi e usando come manovalanza ora organismi eversivi ora organizzazioni criminali. Il doppio livello di realizza quando siedono ad un ideale tavolo di pianificazione soggetti diversi che hanno gli stessi obiettivi, oppure quando qualcuno viene indotto a credersi l’artefice di una azione ideata da altri. Il doppio livello non è la fotografia di una mente diabolica che avrebbe deciso i destini del nostro paese ma un progetto di potere, chiaro e organizzatissimo, il cui esito finale è sempre stato quello di camuffare e coprire con “false bandiere” il reale corso degli avvenimenti.

Secondo lei la trattativa stato mafia c’è stata? E quali saranno le sorti del processo?

La trattativa tra Stato e mafia non è un’invenzione, ne parlano anche sentenze della magistratura (quella di Firenze).  Mi pare che sin qui non sia affatto chiaro l’oggetto della trattativa e il rapporto con le stragi. Vedremo se il processo saprà chiarirlo.

Nel libro lei parla diffusamente di Giulio Andreotti: secondo lei con la sua morte è finita un’epoca oppure il rapporto tra politica e zone d’ombra nel nostro Paese è presente ed attuale?

La fine dell’epoca politica di Giulio Andreotti è stata segnata dalla strage di Capaci che ha deviato il corso politico italiano condizionato l’elezione del Capo dello Stato in corso in quelle stesse ore al parlamento. Prima di allora si era esaurito il potere di tutti i suoi referenti politici, alcuni già da lungo tempo marginali o non più centrali o spesso sconfitti: si pensi al mondo neofascista, che aveva avuto stretti rapporti con Andreotti, alla massoneria di Licio Gelli o alla mafia di Stefano Bontate. Anche gli Stati Uniti erano ben consapevoli della fine del potere di Giulio Andreotti. Altri si preparavano a salire sul carro…Dopo Andreotti, il rapporto tra politica e zone d’ombra non è finito perché si tratta di una ‘malattia’ che nasce dentro il Paese e non dai vizi di uomo politico, ancorché longevo ed abile.