26 gennaio 2011

Dal segreto all’azione – Appunti di scuola di politica ai tempi del Web 2.0

Dal segreto all’azione – Appunti di scuola di politica ai tempi del Web 2.0

Nel mondo arabo mediterraneo la rivoluzione corre su Twitter. Il 24 gennaio un hacker è entrato nel profilo Facebook del presidente francese Sarkozy annunciandone le dimissioni e invitando i sostenitori ad una festa di addio ai Champs-Elysees. Continuano a campeggiare sulle prime pagine le rivelazioni e le vicende di Assange. Fare scuola di politica non può che voler dire saper decifrare questi linguaggi.

Wikileaks ci mostra il discorso del potere, il modo in cui i vari centri del potere comunicano, smascherando quella risaputa ipocrisia che distingue i discorsi ufficiali delle diplomazie da quelli ad uso interno. Ci interroga sulla deontologia giornalistica, ambito già messo in crisi dal difficile adattamento alla versione elettronica, e mostra, secondo la più attuale delle versioni della tradizione freiriana, il gap di trasparenza e partecipazione al nuovo spazio publico disegnato dal Web.

Il cancan che WL ha sollevato ha permesso ai segreti di pulcinella di cui fa eco un riverbero capace di mandare in risonanza le strutture di potere di cui mostra la disarmonia con la faccia pubblica.

E forse ha salvato la vita allo stesso Assange, sicuramente sottoposto a speciale sorveglianza, ma almeno al riparo dallo stile con cui il potere filogovenativo tratta i giornalisti d’inchiesta russi (o di molti altri paesi, come riporta l’osservatorio per i giornalisti minacciati www.rsf.org).

Visibilità che illumina il sonno della ragione collettiva o semplice rumore di fondo orchestrato proprio da chi pare vittima di tali rivelazioni? La domanda è lecita se il vero segreto non è quello rinchiuso in una cassaforte, aperta dagli hacker del brand WL, quanto quello talmente alla luce del sole da non essere visto. L’attenzione della lucidità corre subito a cercare quei non detti, quei vuoti messi in ombra da questo tsunami di notizie verosimili che, innonando il panorama mediatico, invisibilizzano altri temi, questi sì scottanti per gli apparati di potere. Il vero segreto non è infatti quello taciuto, bensì quello che non si sa di non sapere. A quel punto solo la serendipità può farti incontrare quello che non stai cercando.

WL è una nitida rappresentazione del discoso del potere, ma la rivoluzione sta piuttosto nel potere del discorso. Per entusiasmarsi nel gioco strategico della comunicazione non occorre attendere qualche icona pop: Mr Assange come un Andy Warhol del ventunesimo secolo, con i suoi collage di informazioni riservate simbolo della rottura con i canoni tradizionali non dell’arte visiva, bensì dell’arte di comunicare. Il “re è nudo” dissacra il potere solo quando questa nudità non diventa spettacolo, morbosamente voyeuristico. Solo quando il popolo è sovrano allora quel grido è impulso di un cambiamento sociale.

Per cogliere appieno il potenziale trasformatore di WL occorrerebbe quindi ricorrere ad un altro concetto che, come dice J.Butler, ci collega alle esperienze della comunità linguistica cui si riferisce, da Gandhi a M.L. King, benché si avverta un inusitato pudore a ricorrere ad un concetto desueto, ma non troppo, come quello di nonviolenza. Nella teoria gandhiana “satyagraha” è la forza della verità, laddove un Gandhi profeticamente postmoderno quanto eretico, non si riferiva ad una verità metafisica, dogmatica, ideologica, fattuale, quanto alla verità costruita collettivamente nel linguaggio (la politica performativa del comunicare) e verificata nella propria coscienza (etica riflessiva). WL, o altre azioni comunicative dal basso, possono promuovere una trasformazione della realtà insufficiente nel momento in cui stimolano a ripensare criticamente la realtà che assumiamo come verità, alla luce del mainstream. È infatti il pensiero egemonico (in termini gramsciani) a definire i criteri di verità, celando dietro di essa gli interessi del potere. WL fa luce su questa presunta verità nel momento in cui mostra quali discorsi altri il potere utilizza per costruire ed imporre una propria visione del mondo affine ai propri interessi.

Ammettendo dunque che WL, ed altre esperienze di azioni comunicative proprie dell’etica hacker (come la sistematizza P.Himanen), contribuisca a vivere la verità, non in ragione dei suoi contenuti, quanto del processo che svela e quello che invece apre, è legittimo chiedersi cosa farne di queste verità plurali ora alla portata delle masse informatizzate. La sensazione è che queste rivelazioni non facciano che amplificare quel gioco di specchi in cui è intrappolato l’agire politico nella postmodernità, quella riflessività infinita, quel dubitare circolare e relativizzante che, affrancandoci dalle ideologie ci rende, dice E.Fromm, “liberi da”, ma non ancora “liberi di”.

Se la verità, dopo l’addio celebrato dal filosofo torinese G.Vattimo, non è che, con un termine di Baudrillard, un simulacro, un’immagine, non di meno questa ha un peso nella nostra quotidianità. Il flusso di informazioni messo in circolo da WL, come tutti i contenuti autoprodotti dal basso, contribuisce in maniera determinante a disegnare un’immagine del mondo, le nostre intime “credenze” per Ortega y Gasset o “frames” in linguistica, ovvero quelle idee dentro qui viviamo e che costruiscono i mondi che abitiamo. Questo immaginario collettivo influisce in modo diretto sulle nostre possibilità di azione (o di inazione). Le verità di cui WL svela il processo di produzione negli apparati interni del potere sono allora fondamentali non per tracciare i confini di un mondo sconosciuto che si illumina agli occhi dei naviganti, bensì in quanto elementi del immaginario che plasma le nostre opinioni ed opzioni. Non è un processo di scoperta quanto di consapevolezza.

L’agire politico a cui oggi fatichiamo a dare forma, vacillando in una miriade di esperienze frammentate e di breve respiro, dipende proprio dall’immaginario collettivo o cosmovisione condivisa su cui il potere pretende il controllo, e che esperienze comunicative come WL provvedono a scuotere energicamente. Se questo è vero, allora l’anelo verso un agire politico efficace a cui cerchiamo di dare risposta diviene proprio quell’azione comunicativa che a sua volta inciderà sulle motivazioni all’azione di altre persone,  laddove per azione comunicativa si intende tanto la classica inchiesta giornalistica, come la produzione di contenuti dal basso. Se il nuovo fronte è quello dell’informazione (che in-forma le menti) e la piazza del dissenso è il Web, allora l’agire politico diviene agire comunicativo, sperimentando azioni che integrino l’esperienza nonviolenta con l’etica hacker.

d.z.

http://salvagente.acmos.net