29 marzo 2016

#5 Diario Europeo: frontiere

migranti

 

A cura del Centro Studi di Acmos

 

Dopo tre vertici tra i 28 leader della Ue  e il primo ministro turco Davutoglu, il Consiglio europeo del 17-18 marzo ha raggiunto un accordo trovando un compromesso tra le richieste turche, sempre più esigenti, e quanto la Ue era disposta a concedere.

Alla Turchia si chiede di collaborare per arginare il flusso di migranti diretti, attraverso la Grecia e poi lungo la rotta balcanica, verso l’Europa. La Turchia si impegnerà a sorvegliare le sue coste, a riprendere tutti i migranti irregolari giunti in Grecia (coloro cioè che o non presenteranno domanda d’asilo o la cui domanda verrà respinta) a partire dal 20 marzo. In cambio la Ue accelererà il pagamento dei tre miliardi già stanziati per finanziare le spese turche nell’ospitare i profughi e ne verserà altri tre se entro il 2018 lo sforzo turco avrà raggiunto i risultati sperati; per ogni siriano che verrà respinto la Ue si impegna a prelevarne uno, in possesso dei requisiti, dai campi profughi turchi fino ad un tetto di 72.000. Le richieste provenienti da Ankara, relative al processo di adesione all’Unione, sono state parzialmente rintuzzate:  c’è stato il il veto cipriota sui cinque nuovi capitoli negoziali che la Turchia avrebbe voluto aprire (Cipro ha il dente avvelenato con la Turchia a causa dell’invasione turca dell’isola del 1974); nella dichiarazione finale si cita solo il capitolo sul bilancio, che dovrebbe essere aperto entro giugno 2016. La liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono recarsi nella Ue avrà luogo alla fine di giugno 2016, ma solo se Ankara rispetterà tutti i 72 requisiti fissati.

 

Il presidente della Commissione Juncker ha dichiarato “Sarà un’opera erculea” ed  in effetti fin dai primi giorni dall’entrata in vigore dell’accordo sono emersi i limiti nell’applicazione pratica dello stesso. Secondo la Commissione europea servirebbero in tutto circa 4mila persone tra interpreti e funzionari per valutare le richieste di asilo dei migranti e gli eventuali ricorsi, e personale per condurre le operazioni di ritorno (attualmente ve ne sono meno della metà). Frontex, l’agenzia Ue responsabile per le frontiere, ha chiesto agli Stati membri di mettere a disposizione 1.500 ufficiali di polizia e 50 esperti per le riammissioni.

 

Il portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati Christopher Hein ha scritto che, oltre ai problemi di realizzabilità pratica di cui sopra, esistono difficoltà sul piano del diritto perché è difficile riconoscere la Turchia come “Paese terzo sicuro” (dove rinviare persone bisognose di protezione internazionale) in quanto il livello di protezione da essa garantita non equivale a quello prescritto dalla Convenzione di Ginevra: in Turchia i siriani non possono richiedere lo status di rifugiati visto che la Turchia pur avendo ratificato la convenzione mantiene restrizioni geografiche, per cui esamina unicamente le richieste di asilo relative a eventi verificatisi in Europa.
Hein, come molte organizzazioni umanitarie, stronca l’accordo raggiunto sostenendo che la Ue si è limitata a “esportare” il problema dei rifugiati, non certo a risolverlo: chiusa la rotta greca si aprirà quella del Nord Africa o della Bulgaria.

La più interessata ad un accordo, ed infatti avrebbe voluto concluderlo subito, prima delle elezioni regionali tedesche del 13 marzo, è stata la cancelliera Merkel, preoccupata per l’esito delle stesse: l’accordo le avrebbe permesso di tacitare almeno in parte le preoccupazioni di una parte dell’opinione pubblica tedesca spaventata dall”invasione” dei profughi successiva alla politica delle porte aperte inaugurata dalla cancelliera (ma su cui la Germania aveva già cominciato a fare retromarcia).

Il partito della Merkel, la CDU, è stato punito dagli elettori a vantaggio del nuovo partito anti-immigrati, “Alternative für Deutschland” (AFD) che ha ottenuto ottimi risultati in tutte e tre le regioni in cui si è votato e che ora è presente in otto parlamenti regionali su sedici.

 

La comparsa anche in Germania di un partito antieuropeista e xenofobo ha prodotto in Italia, come in altri Paesi, molti commenti preoccupati tra gli osservatori favorevoli al processo di integrazione europea. Alcuni hanno evidenziato, in modo più o meno netto, come si sia di fronte ad una svolta o addirittura ad un passaggio d’epoca.
Per Cesare Martinetti (“Le forze anti-sistema che scuotono l’Europa” su “La Stampa” del 14.3.16) “è il cambio del paradigma politico novecentesco: la discriminante ora non è destra/sinistra, ma pro o contro l’Unione europea. È una rivolta per via elettorale e dunque democratica contro questo sistema Europa. […] Il malessere dell’Europa viene da più lontano e si sarebbe manifestato anche senza la crisi dei migranti. È qualcosa di molto più complesso, è la fine di quella solidarietà che aveva accomunato le destre e le sinistre democratiche all’uscita della Seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno dell’Unione europea”.  E’ la fine dell’egemonia culturale che aveva delegittimato le pulsioni nazionaliste e le aveva consegnate ad una fase ormai giudicata superata della storia europea.
La riflessione sul ritorno del nazionalismo è al centro dell’articolo dello storico ed economista Giulio Sapelli (“I nazionalismi dimostrano che l’euro non basta” su “Il Messaggero” del 15.3.16): la celebre tesi di Huntington (lo scontro di civiltà ed un avvenire pieno di tensioni e di conflitti) è confermata dal fatto che le migrazioni “sono vissute come momento di questo scontro da parte di coloro che sostengono l’indispensabilità del rafforzamento anziché del superamento delle distinte culture europee”. Per Sapelli il pluralismo linguistico, culturale, economico e sociale è la forza dell’Europa ma anche la sua debolezza, ed in questi giorni scopriamo che il nazionalismo ha radici fortissime anche in Germania; “la cancelliera Merkel ha lanciato il cuore un po’ troppo oltre l’ostacolo” confidando nella capacità di esercitare una leadership anche sul terreno culturale e antropologico. Peraltro lei stessa “ha peccato di nazionalismo pensando di poter risolvere o affrontare da sola temi cruciali per l’unità europea che invece avrebbero dovuto essere prima discussi collegialmente”. Sapelli conclude che il nazionalismo tedesco non  fa che aggiungersi a quello dei Paesi ex comunisti, a quello interno alla Spagna, a quello tradizionale del Regno Unito: è iniziata una nuova era politica europea dove il nazionalismo la farà da padrone.
L’ex ambasciatore Roberto Toscano (“Avanzano i populismi della paura” su “La Repubblica” del 15.3.16)  utilizza invece la categoria di “populismo della paura” per interpretare l’esito delle elezioni tedesche. Detto che la politica populista, “intesa come il dare risposte semplici a problemi complessi e dire alla gente quello che la gente vuole sentire”, è sempre esistita, oggi siamo in presenza di un tipo particolare di populismo: il populismo della paura. Una paura di tipo economico-sociale (la concorrenza dei migranti nel lavoro e rispetto ai benefici del Welfare), di tipo culturale (la maggior parte dei migranti è musulmana), legata alla sicurezza (ci sono terroristi tra i migranti?). Partendo da problemi reali questo populismo offre risposte fantasiose: “Chiudere le frontiere” “Proibire l’ingresso dei musulmani” ecc. . Ma secondo Toscano chi cavalca la paura ha, purtroppo per noi, una strategia politica che va ben al di là del problema dei migranti: ha di mira la creazione di una “democrazia illiberale”, “un sistema politico dove il popolo viene consultato, ma dove il potere, ottenuta la legittimazione elettorale, chiude gli spazi del pluralismo e impone l’omogeneità definendo quella che deve essere l’identità della nazione”, il modello sono la Turchia e la Russia (per cui, non a caso,  simpatizzano sia Le Pen che Salvini).
Pensavamo che ormai l’Europa fosse caratterizzata irreversibilmente dal “patriottismo costituzionale”, un sistema politico con una cittadinanza comune aperta a una pluralità di origini etniche, fedi, tendenze politiche. Invece dovremo seriamente fare i conti con una regressione politico-culturale che segnerà i nostri prossimi anni.