23 febbraio 2016

Brexit – Diario Europeo #2

Diario Europeo

 

Pubblichiamo la seconda puntata della rubrica “Diario Europeo” (da acmos.net)

 

Il 18 e 19 febbraio si è riunito a Bruxelles il Consiglio europeo della Ue (il vertice dei capi di Stato e di governo dei paesi Ue) per affrontare due delicate questioni.

La prima era rappresentata dalle concessioni richieste dal premier britannico Cameron alla Ue per convincere i cittadini inglesi a votare contro l’uscita del Regno Unito dalla Ue (in gergo Brexit, “British” o “Britain”+ “Exit”) nel referendum che si terrà presumibilmente il 23 di giugno. La seconda riguardava ancora una volta le decisioni  da prendere nei confronti dei flussi dei profughi.

 

Il Regno Unito si è assicurato una sorta di tutela per le banche, le assicurazioni e le società finanziarie della City, in quanto Londra potrà ritardare l’applicazione di nuove norme introdotte dai Paesi dell’eurozona e le sue istituzioni finanziarie potranno operare in euro rimanendo subordinate alla normativa britannica (non dipenderanno dalla Bce). Sul welfare, Cameron ha ottenuto che i cittadini comunitari che lavorano sull’isola debbano aspettare quattro anni prima di poter usufruire dei benefici dello stato sociale (questa “sospensione” varrà temporaneamente per sette anni); inoltre i benefits per i loro figli, che risiedono nel Paese d’origine, dal 2020 saranno indicizzati sulla base del reddito medio del Paese in cui vivono. Infine il primo ministro inglese ha conseguito anche un ulteriore successo: quanto scritto nei Trattati, laddove si afferma il principio di “una sempre più stretta unione” (ever closer union) tra i Paesi della Ue, non varrà per il Regno Unito.

Alla fine tutti i 28 capi di Stato e di governo della Ue si sono dichiarati soddisfatti del compromesso raggiunto. Se nel referendum di giugno prevarranno i contrari all’uscita dalla Ue, inizieranno delle procedure per la revisione di direttive e regolamenti Ue e si potrà arrivare anche alla riscrittura dei Trattati.

 

Sui profughi non si è concluso nulla, in attesa del nuovo vertice di marzo (con il coinvolgimento della Turchia) e del piano della Commissione per modificare le regole per la ripartizione dei migranti: è in gioco il “salvataggio” degli accordi di Schengen.

Durante il vertice il cancelliere austriaco Faymann ha dichiarato che il suo Paese, dopo aver accolto circa 120.000 profughi, non accetterà più di 80 richiedenti asilo al giorno; a ciò si aggiunge l’annuncio dell’Ungheria della chiusura delle frontiere ferroviarie con la Croazia. Per tutta risposta, il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière ha minacciato conseguenze per tutti coloro che cercano di risolvere unilateralmente un problema comune (si riferiva anche ai Paesi dell’Est che rifiutano la ripartizione dei rifugiati).

 

Il referendum sul Brexit come esito dell’euroscetticismo britannico ed i commenti sul vertice
Si potrebbe dire che l’euroscetticismo britannico inizi con il celebre discorso di Zurigo nel 1946 di W. Churchill nel quale, pur auspicando la ricostruzione della «famiglia europea» in una sorta di Stati Uniti d’Europa, dichiarò che il Regno Unito non ne avrebbe fatto parte.

Una svolta vi fu nel 1961 quando il Regno Unito chiese l’ingresso nel Mercato comune; dopo anni di tira-e-molla provocati dall’opposizione francese, il 1° gennaio 1973 entrò a far parte dell’allora CEE. Un referendum popolare (unico nella storia del Regno Unito) nel 1975 confermò l’adesione.

 

Nonostante questa svolta strategica, la peculiarità del Regno Unito consiste nella continua rivendicazione di clausole di esenzione (opt-out) rispetto alle politiche comunitarie.  La Ue riconosce ad alcuni Paesi membri lo strumento dell’opting out (rinunciare, chiamarsi fuori)volto a garantire la possibilità di non partecipare a qualche particolare settore della politica dell’Unione. Il Regno Unito è quello che lo sta utilizzando di più: infatti non partecipa all’accordo di Schengen, all’Unione economica e monetaria, al cosiddetto “spazio di libertà, sicurezza e giustizia”, e non ha sottoscritto la “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”.

Volendo essere critici, si potrebbe dire che il Regno Unito si è sempre impegnato a mantenere un piede dentro ed uno fuori dall’Unione, a seconda delle sue convenienze, e intendendo l’integrazione europea come un processo volto a creare un’area “economica” (e non politica) comune: ha sempre mostrato grande attenzione per il completamento del mercato interno europeo, per la libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, per il mantenimento della posizione dominante della City nella finanza, comprese le transazioni in euro.

 

I commenti a caldo di chi ha a cuore le sorti dell’integrazione europea sono stati, in Italia, per lo più pessimistici. C’è chi osserva che ormai, dopo il vertice del 18-19 febbraio, l’alternativa per il futuro della Ue non è più tra progresso nell’integrazione o status quo ma tra arretramento o smembramento; altri rilevano che se il Regno Unito rimarrà nella Ue avremo un’Europa a due o più velocità e se, invece, esso se ne andrà, non per questo avremo un’Europa più coesa (basti pensare alla posizione dei Paesi dell’Est sui profughi). La discriminazione introdotta nei confronti dei lavoratori comunitari nel Regno Unito mette poi in discussione una delle quattro “libertà fondamentali” del progetto europeo (la libera circolazione delle persone). Infine il successo di Cameron produrrà con ogni probabilità un “effetto emulazione”: in futuro uno Stato che si sentirà svantaggiato in qualche settore potrà avanzare la pretesa di chiamarsi fuori.

Le poche voci ottimistiche sperano che l’intera vicenda (compreso un eventuale Brexit) possa costituire un trauma salutare. Ad esempio, uno dei negoziatori, l’italiano  Roberto Gualtieri, ritiene che, sciolta l’ambiguità della posizione britannica, che costringeva a prendere, nella zona euro, decisioni con il metodo intergovernativo, ora sarà possibile attribuire un ruolo maggiore al Parlamento e andare verso una maggiore integrazione della zona euro, nonché arrivare ad una riscrittura dei Trattati (in una prospettiva ancora più europeista, nei suoi auspici).