21 gennaio 2011

“Un solo errore”


Sintesi scuola di politica – 17 gennaio 2011

Il documentario dell’Associazione Pereira “Un solo errore”, sulla strage alla stazione di Bologna, il cui montaggio è stato curato da WeLaika, ci ha riportato a capo fitto in uno degli snodi fondamentali del nostro percorso di movimento: il legame, difficile, a volte doloroso, tra storia e memoria. A Bologna, la mattina del 2 agosto 1980, una bomba esplose alla stazione centrale, uccidendo 85 persone e ferendone più di 200. A distanza di trent’anni, conosciamo gli esecutori materiali (i neofascisti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini) e coloro che depistarono le indagini (Licio Gelli, alcuni alti ufficiali dei Servizi Segreti); ma dopo cinque gradi di giudizio ancora nulla sui mandanti della strage, nonostante l’associazione delle vittime porti avanti, da allora, una battaglia di verità e giustizia.
Dopo gli anni del boom economico e della grande trasformazione, i partiti dell’arco costituzionale avevano indicato nei valori racchiusi nella nostra Carta il punto di riferimento essenziale su cui costruire la memoria di questo paese. Democrazia, libertà, antifascismo, tolleranza, pluralismo: il passato veniva filtrato attraverso questa griglia, selezionando così gli eventi sui quali costruire i riti e le celebrazioni con cui alimentare la nostra religione civile. L’Italia si riconosceva nel 25 aprile, nel 2 giugno, nelle corone di fiori deposte ogni anno alle Fosse Ardeatine, nelle lapidi scoperte per ricordare i caduti partigiani, nel ricordo delle vittime del terrorismo. I partiti e i movimenti collettivi protagonisti di quella stagione politica avevano determinato i confini del patto e da questo intreccio erano nati i lineamenti essenziali di quella”memoria ufficiale” su cui si sarebbe abbattuto il turbine della fine del Novecento. Dal 1992 tutto questo non tiene più: si è sfaldata e non è mai stata costruita una memoria comune forte italiana, nonostante alcuni tentativi, poco riusciti.
Così come si è strutturata, la memoria ufficiale può essere agevolmente definita come una forma specifica di quella che la Assmann chiama “memoria culturale”. Priva di qualsiasi riferimento “biologico”, quest’ultima è in grado di essere realizzata solo artificialmente, attraverso la sua ”costruzione” secondo il principio che “il passato non si fissa naturalmente ma è una creazione culturale”, per cui chi costruisce memoria sceglie di volta in volta, intenzionalmente, quali aspetti del passato sia necessario far vivere nel presente. Lo Stato, in particolare, lo fa avvalendosi di molteplici strumenti: libri di storia, manuali scolastici, monumenti, toponomastica, festività pubbliche, rituali politici.
Come la memoria culturale, anche la memoria ufficiale è un progetto, una costruzione; è pubblica e non privata, normativa e non spontanea, collettiva e non individuale, e si presenta come la risultante di un “patto” in cui è lo Stato a fissare i termini per cui ci si accorda su ciò che è importante trasmettere alle generazioni future. La sua costruzione consiste appunto in un lavorìo attraverso il quale lo Stato e le sue istituzioni includono nuovi elementi dai confini di quel “patto”, ne rinnovano i contraenti e i contenuti, a seconda delle varie fasi politiche che si rincorrono nella storia di un paese. Lo scopo ultimo di un simile “patto” è alla fine quello di alimentare i valori, le credenze, i simboli, le liturgie che legittimano un sistema politico, ancorandoli a un passato che viene proposto come comune e condiviso.
Di qui l’importanza strategica che una memoria ufficiale così concepita assume nella costruzione di una “religione civile”, fondata su principi etici e politici di condivisione di uguali diritti e uguali doveri, di uno spazio pubblico di reciproca accettazione.
Dobbiamo chiederci se la storia dei decenni passati è conosciuta a sufficienza (basterebbe sfogliare i manuali di storia in uso nelle scuole…) e se la memoria di oggi è forte e condivisa abbastanza da creare una religione civile italiana, un nuovo patto di valori, idee e pratiche condiviso da nord a sud, da destra e sinistra.